A Ceresole Reale, nel 1874

Prima del 1995, quando fu costruita la galleria che a Noasca si infila nella montagna a quota 1168 m e, dopo 3 chilometri e mezzo, catapulta i viaggiatori ai 1451 m della Borgata San Meinerio, la salita a Ceresole Reale lungo la vecchia strada statale 460 doveva restituire almeno una vaga idea delle emozioni e delle fatiche dei primi turisti che si sono spinti fin qui.

La strada, oggi non più percorribile, seguiva il corso della Valle Orco che, fedele al suo nome, impressionava i viandanti con strapiombi boscosi, pareti a picco nel vuoto, frequenti frane e ripidi passaggi che tagliano la roccia tra il fragore delle acque sottostanti.

Più in su, allo sbocco della gola, il villaggio di Ceresole. Che è lì da sempre: già abitato da popolazioni celtiche, in epoca romana e medioevale ospitava i minatori che vi estraevano oro (pirite aurifera), argento (galena argentifera), ferro (siderite) e piombo. I passi della Galisia e del Nivolet sono stati a lungo la porta di Torino su Francia e Valle d’Aosta. Qui sono passati gli eserciti, qui si annidavano i partigiani protagonisti di una battaglia epica nell’estate del 1944. Qui si è prodotta l’energia elettrica che ha fatto di Torino una città industriale, ha alimentato le linee produttive della FIAT e illuminato i caseggiati dei suoi operai.

Nel 1862 Ceresole diventava Reale. Già da alcuni anni i funzionari di re Vittorio Emanuele II avevano incominciato a siglare accordi con le comunità piemontesi e valdostane nell’area del Gran Paradiso affinché si riservasse al sovrano il diritto esclusivo di cacciarvi camosci e stambecchi. Nasceva così, nel 1856, la Riserva Reale di Caccia del Gran Paradiso destinata poi a trasformarsi in Parco Nazionale, il 3 dicembre 1922. Per ricompensare le popolazioni locali, il «re cacciatore» trasformò quel vasto e impervio territorio facendovi tracciare ai suoi genieri una fitta rete di strade, mulattiere e rifugi che ancora oggi costituiscono la dorsale escursionistica del Parco.

Vittorio Emanuele II durante una battuta di caccia nella Riserva del Gran Paradiso.

In estate i giornali del Regno dedicavano ampi resoconti alle battute di caccia di Vittorio Emanuele, rappresentandolo ora come valente cacciatore, ora come generoso benefattore delle genti di montagna. Quelle cronache sortirono anche l’effetto collaterale, ma importante, di attirare l’attenzione del nascente turismo alpino su quei monti.

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Nel 1863 si costituiva a Torino il Club Alpino Italiano sotto gli auspici di Quintino Sella, ministro delle Finanze del governo Rattazzi e appassionato scalatore. In occasione del Congresso della sezione torinese dell’agosto 1874 fu organizzata una lunga escursione che dai monti piemontesi avrebbe condotto gli alpinisti in Savoia, Svizzera e Germania. Il socio milanese Luca De Notaris ce ne ha lasciato un’ampia e gustosa relazione sul Bollettino associativo dell’anno 1876.

Dopo il pernottamento a Cuorgnè la comitiva risaliva la Valle Orco per raggiungere Ceresole Reale, la prima tappa della traversata. Già a Locana il gruppo dovette scendere dalla carrozza e proseguire a piedi: «più oltre saremmo andati», annota il De Notaris, «se il fiume pochi giorni prima non avesse fatto un diavolio, rompendo strade e trascinando ponti e case». Solo verso sera raggiungevano faticosamente Noasca, giusto in tempo per godersi la vista della cascata al tramonto:

Finché il sole è alto sull’orizzonte, la marcia in fondo alle valli e faticosa pel gran caldo, ma appena comincia a nascondersi dietro i monti, l‘aria si rinfresca, e le membra rinvigorite da una brezza frizzante, non vorrebbero altro che camminare e correre. La poetica ora del tra monto ravviva con nuovo effetto il paesaggio, segna distinte le ombre ed una scena poco prima monotona diventa un quadro che si ammira. In quest’ora appunto noi giungevamo alla cascata di Noasca. Che vale tentarne una descrizione che può solo ripetere il già detto da mille senza riuscire ad abbozzar neppure nella mente del lettore un‘idea del magnifico spettacolo? Ma se in fatto di naturali bellezze, di panorami, di ghiacciai, valli, cascate, io posso avere una voce in capitolo, mi si permetta di dire e si creda che la cascata di Noaschetta è fra le bellissime delle Alpi.

Segue una descrizione della Valle Orco nel fulgore del suo fascino selvaggio e pericoloso:

E della valle dell’Orco cosa dirò allora? Una valle secondaria, a pochissimi nota che racchiude in sè tante maraviglie di paesaggio. Ad un certo punto si inquadra fra due rupi nere e selvaggie: la strada in forma di ripida scalinata vi gira attorno sospesa sul torrente che spumeggiando corre nel fondo; alcuni pini ed abeti crescono sulle roccie intorno aggrappandosi colle radici alle minime fessure, e per la forza di queste braccia che attanagliano ogni masso, possono le piante crescere con certe inclinazioni che danno all’occhio l’idea di vederle ad ogni momento schiantarsi e precipitare nelle acque che già. ne lambiscono i piedi. Chiude la scena il profilo gigantesco della Levanna che spicca distinto sul cielo azzurro-cupo.

Un’illustrazione a mezza pagina riproduce uno scorcio della mulattiera:

La strada Noasca-Ceresole Reale, Bollettino CAI 1876.

«Superata la muraglia» si arriva finalmente «nel piano di Ceresole Reale, territorio di caccia del re». Anche qui il paesaggio è drammatico, lunare, di una bellezza tragica che avrebbe fatto tremare i polsi al più avventuroso tra i romantici:

Il bacino di Ceresole è quanto mai orrido e selvaggio; alte montagne dirupate lo circondano, scarsa la vegetazione, ma quasi a compenso crescono i più vaghi fiorellini delle Alpi: non vi sono praterie perché il suolo è letteralmente coperto da massi rotolati dalle circostanti vette, ed ogni palmo libero è coltivato ad orzo od avena che raramente maturano.

Negli stessi anni le montagne svizzere e italiane erano diventate terra di conquista degli alpinisti inglesi, che proprio qui, sulle Alpi, collaudavano la formula dei tour organizzati. La guida Murray (A Handbook for Travellers in Switzerland and the Alps of Savoy and Piedmont, ed. 1872) conferma le impressioni dell’alpinista del CAI. Dopo la natura selvaggia e la miseria materiale dell’alta valle, ecco «la grande cascata della Noaschetta», che

scaturisce da una fessura in un ammasso montuoso di granito, dove tutto è denudato fino alla sterilità più assoluta. Sotto, migliaia di enormi macigni sono stati trascinati giù e gettati assieme dall’acqua.

La descrizione della strada che sale a Ceresole è, se possibile, ancora più impressionante:

Il passaggio attraverso il torrente, tra queste rocce, è un esemplare curioso di ingegneria alpina: i pali e le assi sono piazzati da una roccia all’altra, quasi sotto il getto della cataratta. Oltre, la strada continua a salire sulla riva sinistra dell’Orco. A un miglio da Noasca si incontra una gola detta Scalare di Ceresole dove altissimi precipizi si affacciano sull’Orco, che qui spumeggia in una serie di cascate. Per circa mezzo miglio il percorso è tagliato nella roccia, nella quale si è ricavata una rampa di gradoni percorribili a dorso di mulo: in alcuni punti sull’orlo del precipizio, in altri così incassata nella pietra da essere sovrastata da una tettoia. Diverse croci infisse nel sasso segnano i luoghi degli incidenti.

L’ascesa termina con un’ultima «scalinata tortuosa dove è difficile girarsi con i muli» per poi aprirsi finalmente ai piedi della «Pietra Rossa» presso San Meinerio, dove il viaggiatore emerge nella piana di Ceresole con i suoi «campicelli d’orzo e le abbondanti paludi». Qui il viandante può rigenerarsi in un albergo «spartano [rough] ma tollerabilmente comodo» al prezzo di 6 franchi e 50 centesimi in pensione completa. In quell’unica locanda presso le fonti minerali soggiornò anche il De Notaris, che ce ne descrive così gli agi:

Vi si trova un albergo più che modesto dove si viene a fare la cura di un’acqua ferruginosa, e che si decora del nome di stabilimento. Cenammo piuttosto male, con un vino pessimo per far digerire una carne tigliosa e cattiva: il piatto migliore fu di fichi secchi, e di questi, previdente, feci abbondante scorta; io aveva già annasata la fame dell’indomani. Letti ce n’eran pochi, e camere meno, basti il dire che noi dormimmo in sette in una stanza piccola, bassa, dove quattro dovevano starci a fatica.

La mattina successiva la brigata CAI si alzava col buio per salire al colle del Nivolet e di lì scendere il giorno dopo in Valsavarenche. Giunto ai Piani del Nivolet, oggi raggiungibili su strada asfaltata, il De Notaris cede alla tentazione di intrufolarsi nella finestra lasciata aperta di un «ricovero per il re in tempo di caccia» dove trova «pochi mobili di legno schietto e della paglia». E commenta deluso: «un solitario della Tebaide è meglio fornito».

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Oggi a Ceresole Reale si arriva comodamente in automobile o in treno fino a Rivarolo, e da lì con gli autobus di linea. L’«albergo più che modesto» è stato sostituito da una rete di strutture ricettive moderne e accoglienti. I ristoratori non servono «carne tigliosa e cattiva» e fichi secchi (!) ma le leccornie della cucina francoprovenzale. E la montagna è stata per molti versi addomesticata: il lago artificiale ha ricoperto le paludi e le macerie dei monti, i corsi d’acqua sono stati  imbrigliati dalle opere idroelettriche, parchi e piste ciclopedonali permettono di godersi il panorama dell’altopiano in sicurezza.

Eppure anche oggi, oltrepassata la galleria, si ha la sensazione di varcare la porta di un mondo lontano. Dove gli esseri umani sono i piccoli ospiti di una natura schiacciante e al tempo stesso i protagonisti di una presenza che ha lasciato ovunque i suoi segni. È con questo connubio ben riuscito, tra una montagna senza tempo e i tempi della storia, che Ceresole Reale continua a sedurre i suoi ospiti.

Pubblicato da Piui

Piui

Musicista, blogger e scrittore, nel tempo libero dirige due aziende.

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